Ho fatto la conoscenza di José Mourinho durante un programma televisivo trasmesso prima della finale di Coppa Uefa 2003 a Siviglia. Mourinho aveva reso il Porto una squadra davvero competitiva, trasformando una compagine un po' in ombra in una rispettata forza europea. La differenza di comportamento tra lo «Special One» e Martin O'Neill, allora allenatore della squadra avversaria, il Celtic, non avrebbe potuto essere più netta.
O'Neill, uno dei più loquaci e appassionati personaggi sportivi, appare in genere come un incrocio tra un prete gesuita e un avvocato (ha studiato per diventarlo), ed è solito dare giudizi ponderati ed equilibrati, spesso inclusi in una cornice filosofica, anche alla più trita domanda a proposito della prestazione dei giocatori. In breve era, ed è tuttora, una grande risorsa televisiva. A ogni modo, in quell'occasione fu messo in ombra dal giovane, bello e stiloso allenatore latino del Porto. I capelli di Mourinho non erano ancora bianchi allora, e sembrava più giovane di molti dei giocatori di entrambe le squadre. Con i suoi occhi d'acciaio vagamente sfuggenti e la bocca stretta in un malcelato sorrisetto, il suo sguardo in camera rivolto alla comunità calcistica globale diceva: «Sì, ora mi prenderò parte dei vostri stipendi e anche la verginità delle vostre figlie. Tutto quello che chiedo è la vostra eterna devozione». Capii che a Siviglia ci sarebbe stato un solo vincitore.
Questo fatto fece balzare l'ex allievo di Bobby Robson al centro della scena calcistica internazionale, ma fu poca cosa rispetto a quanto avvenne la stagione seguente, quando il Porto mise in bacheca anche la Champions League, battendo il Monaco 3-0. Tutto ciò fu assolutamente epocale. Potrà mai succedere di nuovo che un club come il Porto vinca la Champions? Ne dubito.
Il Chelsea e il suo nuovo proprietario, il miliardario russo Roman Abramovich, furono svelti ad aggiudicarsi i suoi servizi. Abramovich voleva che il Chelsea, tradizionalmente inferiore a club londinesi come Arsenal e Tottenham, diventasse la più grande squadra d'Inghilterra. C'era solo un uomo adatto a questo lavoro, ma come avrebbero potuto andare d'accordo Mourinho e il magnate russo? Il portoghese, forse presentendo come sarebbe andata a finire, decise di trovare alleati nei giocatori, nei media e nei fan, piuttosto che nella dirigenza.
José Mourinho vinse due titoli consecutivi, cosa che mancava al Chelsea dal 1955, ma non riuscì a conquistare la Champions League. Forse fu per via delle pressioni per fare una campagna acquisti spettacolare, che non gli consentirono di costruire una squadra astuta come aveva fatto al Porto con i mezzi allora a disposizione. Come disse con una memorabile battuta: «Se Roman Abramovich mi aiutasse ad allenare finiremmo in fondo alla classifica, così come se io aiutassi lui negli affari, finiremmo in bancarotta». Ma c'era posto per uno soltanto, e Mourinho lasciò il Chelsea in un clima di amarezza, ma anche molto dignitosamente.
Fu un'enorme perdita per il calcio inglese, e la sua partenza diede il via, in una Premiership guidata dal denaro e dai diritti tv, a un malessere in stile «L'imperatore-è-senza-vestiti». Dopo un anno sabbatico, Mourinho è riapparso all'Inter, la meno cool e meno vincente delle due squadre milanesi, in un campionato apparentemente in declino e sconvolto dalla corruzione, incapace di contendere la Champions alle squadre inglesi e spagnole.
Commenta l'articolo: